Di maschio in maschio

Sette generazioni di Innocenti

Pietro Innocenti, detto Tirito, fabbro a Vinci
Egidio Innocenti, detto Gianni, figlio di Pietro
Gino Innocenti, mio nonno, figlio di Egidio
Luciano Innocenti, mio padre, figlio di Gino
Stefano Innocenti, io
Matteo Innocenti, mio figlio
Paolo Innocenti, mio nipote, figlio di Matteo

I fratelli dei suddetti e loro discendenti maschi

Giulio Innocenti, fratello di Egidio
Pietro Innocenti, sacerdote, figlio di Giulio
Umberto Innocenti, fratello di Luciano
Fulvio Innocenti, mio fratello
Lapo Innocenti, figlio di Fulvio
Achille Innocenti, figlio di Lapo

Poi, ci sono le donne, ma a esse dedicherò un’altra pagina.

Di Egidio (nonno Gianni) ho pochi ricordi: era vecchio e malato quando io avevo tre o quattro anni, e comunque è l’unico bisnonno che ho conosciuto, sia pure marginalmente. E’ sepolto a Vinci. Ho conosciuto meglio “zio” Giulio, ed ero presente alle sue nozze d’oro, coincise con i 25 anni dell’ordinazione di suo figlio Pietro.

Mio nonno Gino morì all’età di settantacinque anni quando io ne avevo diciotto. Si era ritirato dal lavoro quando ero piccolo: aveva sempre fatto il fabbro, in proprio o da dipendente, salvo il breve periodo in cui aveva tenuto una trattoria a Empoli, in via Giuseppe Del Papa; fu costretto a chiuderla quando i fascisti si accorsero che faceva uscire i suoi compagni socialisti da un’uscita secondaria, attraverso la cantina. Era un signore tranquillo e silenzioso, ma molto apprensivo con i nipoti, come quasi tutti i nonni. Ricordo le passeggiate che facevamo insieme sull’argine dell’Arno, contando i campanili che vedevamo da lì: quello di Empoli, quello di Santa Maria e quelli più piccoli, a Petroio, ad Avane, a Riottoli.

Due parole su Umberto, mio zio, che in gioventù era stato un gran farfallone, salvo poi rimanere deluso. Sul lavoro non si è mai tirato indietro, ma ha sbagliato diverse scelte, e forse gli è mancata un po’ di grinta nell’affrontare la vita adulta. E’ morto quando io, poco meno che sessantenne, ero tra i due interventi al cuore. Al suo funerale non c’ero.

Vado avanti di tre generazioni per dire due parole su Paolo, che ora ha un anno, e anche su Delia, sua sorella: non so che mondo troveranno, ma in questo momento, purtroppo, c’è di che essere pessimisti. Che fare, allora? Nel nostro piccolo, non possiamo mettere in campo novità: dobbiamo semplicemente aiutarli a crescere, come per tutti i bambini del mondo; dobbiamo salvaguardare la loro salute, stimolare lo spirito critico, la curiosità e l’apertura mentale, la capacità di pensare, la capacità di analisi, la voglia di lavorare, ma anche la disciplina e l’autodisciplina: sono le basi fondamentali per qualunque avvenire. Ci sarebbe anche la capacità di sintesi, ma quella non può essere insegnata.

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