Una domenica qualsiasi, nel Libano meridionale
Questo è il diario di una gita domenicale che da Beirut mi ha portato a visitare la prigione di Khiam, un campo per prigionieri libanesi, attivo nel sud del Libano nel periodo dell’occupazione israeliana, formalmente gestito dal South Lebanon Army, milizia maronita che collaborava con l’occupante. Iniziata nel 1982 e terminata nel 2000, l’occupazione si è in parte sovrapposta alla lunga guerra civile che ha dilaniato il Paese; durante tale sovrapposizione, le milizie maronite hanno spesso collaborato con l’esercito israeliano. Non mi ritengo qualificato per offrire commenti e interpretazioni di quel che ho visto, e perciò eviterò di farne: qualora trasparisse la mia idea al di là della mia volontà, chi legge è invitato a non tenerne conto. Mi asterrò anche dal riportare dati acquisiti a posteriori, e che sono agghiaccianti: chi volesse consultarli, può farlo presso Amnesty International e presso la BBC. Chi non si accontentasse, può ricorrere al sito dell’esercito israeliano, oppure a quelli espressamente dedicati a Khiam, khiamwatch e khiamcenter.
Sud Libano: Nabatiye, Beaufort, Khiam
È una bella giornata il 3 di novembre 2002, quando decido che è il giorno buono per scendere al Sud e visitare la prigione, e sono le 8 quando salgo in automobile; oltre ai documenti, porto con me la macchina fotografica e un po’ di frutta. Da Beirut a Zahrani ci sono poco più di 50 km, da percorrere sull’autostrada costiera, passando da Saida, l’antica Sidone. Dove l’autostrada finisce, un cartello turistico marrone scritto in francese fornisce l’indicazione per Khiam, e seguendolo, prendo verso le colline, sulla strada di Nabatiye. Si sale in fretta, con pendenze considerevoli, su una strada a due carreggiate che passa attraverso centri abitati dove tutto ha l’aspetto del recente e del provvisorio. Il paesaggio è aspro e roccioso, scarsa la vegetazione, nella quale prevalgono i cipressi.
Nabatiye è il centro più grande della zona, e si attraversa affrontando un traffico confuso, ma abbastanza scorrevole e per niente rumoroso. Sulle strade, si affacciano innumerevoli esercizi artigianali e commerciali, in condizioni che a noi europei sembrano precarie, ma che per questo Paese sono invece decorose e durevoli. Sono quasi tutti aperti, perché per la maggior parte di loro, il giorno festivo è il venerdì, oppure manca del tutto. Anche se i luoghi comuni descrivono il Libano meridionale e sciita restio ad ogni modernizzazione, si incontrano molte donne vestite all’europea, a cui si mescolano quelle in abiti tradizionali e col capo coperto. Passeggiano insieme, parlano tra loro e sorridono tutte alla stessa maniera. Sono due aspetti dello stesso mondo, non due mondi separati.
Uscendo da Nabatiye, la strada è diversa: non c’è più la doppia carreggiata, l’asfalto è meno buono e le pendenze non più esagerate. Al posto delle rocce scoscese, c’è un altipiano di campi di terra scura, dai quali sono state appena raccolte le patate. Ora, l’albero più comune è l’eucalipto, e in lontananza vedo un parco giochi; dal lato opposto, emerge la sagoma del castello di Beaufort, che appare posto su una bassa collina. Passato il check point dei militari, dove subisco un lungo controllo dei documenti (nessuno di essi parla inglese, ed io non parlo arabo) e mi procuro informazioni sulla strada per Khiam, scendo nella valle del fiume Litani, che nasce nella Beqaa per sfociare nel Mediterraneo non lontano da Tiro. Come quella è piena di vigne e frutteti, qui ci sono invece dei bellissimi uliveti. Ora, il castello è sopra di me, su una rupe alta 700 metri, nella quale dicono che esista una galleria costruita per permettere ai castellani di scendere al fiume per attingere acqua. Per scrivere la storia di questo reperto, al quale la definizione di castello crociato va stretta, ci vorrebbero centinaia di pagine, e bisognerebbe cominciare da prima dell’arrivo dei Romani.
Il confine è vicino: di tanto in tanto un SMS sul telefonino mi dà il benvenuto in Israele da parte della compagnia telefonica Orange, e sulle colline a sud si vedono le file ordinate delle villette a schiera dei villaggi israeliani. Risalito sulle colline dall’altra parte del Litani, e arrivato a due passi dal confine, mi decido a chiedere informazioni a dei passanti, e una coppia di giovani sposi si fa avanti per venire con me. Con loro a bordo, attraverso un’altra valle e mi inoltro su altre colline: mi lascio guidare senza chiedere dove stiamo andando. Quando vengono a sapere che sono italiano, l’uomo comincia a parlare di calcio, e nomina la Juventus, dicendomi perfino con chi giocherà questa sera e su quale canale satellitare guarderà la partita: qui ci conoscono più per Roberto Baggio, che per Michelangelo e Leonardo. Purtroppo, ci conoscono anche per la mafia.
Khiam è un piccolo centro in cima a una collina, e la prigione è nel punto più alto, ai margini del centro abitato; mi raccontano che durante l’occupazione, su tutti i luoghi elevati c’erano postazioni dell’esercito israeliano, e che i boschi sono stati bruciati per eliminare i nascondigli della resistenza. Il centro abitato è percorso da strade strette e tortuose, tormentate da cantieri di lavori che la recente pioggia ha trasformato in torrenti di fango; si vede bene che in questa zona la ricostruzione dalle rovine della guerra è appena incominciata. Arrivati alla fine di questo percorso, che non avrei potuto fare da solo, saluto i miei accompagnatori, e mi guardo intorno.
La prigione, il luogo, le condizioni di detenzione
Oltre la sbarra dell’ingresso, la prigione, costruita dai Francesi come scuderia al tempo del Mandato, e poi utilizzata dall’esercito libanese fino al 1982, appare come una cittadella fortificata fatta di edifici bassi, tutti costruiti in pietra. All’ingresso, campeggiano le insegne degli hezbollah, che hanno il controllo della zona; il loro simbolo è una mitragliatrice verde in campo giallo. Parlo con l’uomo della sbarra, un giovane di poco più di 20 anni, che parla solo arabo, e che chiama in soccorso un altro signore di poco più anziano. Il nuovo venuto, piccolo di statura, biondo di barba e capelli, ascolta cortesemente la mia presentazione e la mia richiesta di visita. Mi dà il benvenuto, e si offre di farmi da guida, ma poi si fermerà quasi subito, dicendomi che non può entrare oltre una certa area. Mi invita a non fotografare le persone: solo i luoghi.
I bassi edifici in pietra costituiscono i lati di un poligono difficile da interpretare, perché altri edifici posti in mezzo, che dividono l’area centrale in due cortili, impediscono una chiara visione d’insieme, e non è esposta alcuna mappa: probabilmente, si tratta di un esagono, i cui angoli sono chiusi da alti muri in pietra, con ballatoi che danno l’impressione di essere sempre stati luoghi di guardia e di avvistamento. Da essi, si riconosce, verso nord, la sagoma maestosa del monte Hermon; verso sud, i villaggi israeliani. Al centro del campo, fa mostra di sé una lugubre torretta, di costruzione molto più recente di quella degli altri edifici, ognuno dei quali reca l’indicazione di quel che era durante l’occupazione e della sua nuova destinazione: il refettorio delle guardie, per esempio, è diventato un luogo di preghiera.
Si entra dalla parte femminile della prigione: le celle si affacciano su uno stretto cortile con portici, e offrono una visione rassicurante, perché sono abbastanza ampie e ciascuna di esse porta i segni di installazioni di acqua corrente: prima della trasformazione in prigione, potevano essere gli alloggi dei soldati. Le pareti sono coperte di scritte, quasi tutte in arabo (una in francese inneggia al comunismo e maledice il fascismo), ma la maggior parte di esse sono state tracciate dai visitatori dopo la chiusura della prigione, come mi dicono le date apposte, che sono facili da leggere anche in arabo. Non riesco a farmi dire quante donne fossero costrette in ciascuna di queste celle, ma ci sono anche celle individuali per l’isolamento, che però sono chiuse. Si passa alla zona degli interrogatori, costituita da stanze grandi, con pareti divisorie; sulla porta di ciascuna stanza, è indicato il genere di interrogatorio applicato: scariche elettriche, percosse, ustioni, uso di spie, ecc. In tutto, conto in quest’area otto stanze, comprese quelle delle guardie. L’effetto rassicurante dato dalle celle femminili è già passato.
Delinquenti comuni
Un corridoio buio ci porta alle celle di isolamento: sono grandi come cabine del telefono, e ne conto una decina. Qui non penetra luce naturale, ed anche quella artificiale è limitata ai corridoi. Altre celle di isolamento delle stesse dimensioni sono poste all’esterno, ed i cartelli dicono che i detenuti vi potevano rimanere fino a quattro mesi. Per brevi confinamenti fino a ventiquattro ore, esistevano celle metalliche a cassaforte, non più alte di un metro. I cartelli avvertono che l’uso di queste celle è cessato dopo la prima visita della Croce Rossa, avvenuta nel 1995, a dieci anni dall’inizio dell’attività della prigione, quando incominciarono anche le prime difficili visite dei parenti ai detenuti. Ai prigionieri è sempre stato attribuito lo status di delinquenti comuni, anche se non è mai stata contestata alcuna accusa specifica e nessuno ha mai avuto un regolare processo.
L’area degli uomini è completamente diversa da quella per le donne: i lunghi edifici che costituivano le antiche stalle sono stati trasformati in luoghi di detenzione con pesanti modifiche: le porte laterali sono state murate, lasciando solo delle piccole finestre sbarrate che possono essere blindate chiudendo delle ante metalliche. Restano le due porte di estremità, in prossimità delle quali si trovano le stanze delle guardie e i servizi igienici. Il cartello dice che l’accesso alle docce era consentito per dieci minuti ogni venti giorni, con acqua fredda. All’interno di ciascun edificio, usato come contenitore, ne è stato costruito un altro con pareti in cemento, chiuso in alto da sbarre, e diviso in celle: non so se è un classico dell’edilizia carceraria, non me ne intendo. L’intercapedine tra i due edifici forma due stretti corridoi laterali, su cui si aprono, o piuttosto si chiudono, le porte delle celle, dalle quali non si vede l’esterno. La poca luce che entra dalle piccole aperture rimaste dopo la chiusura delle porte laterali arriva all’interno delle celle attraverso il loro soffitto, quello fatto di sbarre: l’ambiente è molto buio, e trasmette anche adesso un pesante senso di oppressione. Raccontano che fino a due anni prima del ritiro degli Israeliani dal Libano, la scarsissima aerazione oggi visibile mancava del tutto, e che i primi visitatori, due anni fa, non sostavano più di pochi minuti e non toccavano niente, per paura di infezioni: c’era sangue dappertutto, e l’odore era insopportabile.
In massima parte, le celle sono state lasciate come sono state trovate, ma alcune sono state riportate a come erano prima della visita della Croce Rossa del 1995, sulla base della memoria di chi è stato detenuto qui: da esse, e sono quindi scomparsi i materassi. Entro in una cella: è lunga e stretta, credo non più di 15 mq, soffocante; ci sono letti a castello per sei persone e una turca senza porta. Oltre quattromila, secondo le fonti delle istituzioni libanesi, sono stati i Libanesi detenuti in luoghi come questo, e ad essi se ne devono aggiungere circa millecinquecento che sono scomparsi dalla zona di occupazione senza lasciare traccia. Poi, ci sarebbero i profughi palestinesi rifugiati in Libano, ma su di essi le autorità libanesi non forniscono dati, e forse neppure ne posseggono. Non mi sembra che questo campo potesse contenere, pur in condizioni di carcere duro, più di duecento persone, ma mi dicono che duemila prigionieri di ogni età, con cinquecento donne, sono transitati di qui, e che un sopravvissuto, che ora, come tanti altri, ha gravi problemi di salute ed è stato elevato al rango di eroe, è stato detenuto qui per quattordici anni, quasi l’intera durata del periodo di attività della prigione.
Quando esco dall’ultimo edificio, il sole mi sembra ancora più abbagliante del solito. Sono ora nel cortile posteriore, ed in prossimità degli edifici di detenzione scopro un altro cortile più piccolo (potranno essere 100 mq), chiuso da alte pareti e “coperto” da una griglia di filo spinato. Qui, i detenuti passeggiavano al sole per non più di quindici minuti alla settimana. Presso l’edificio centrale, giace abbandonata, e contornata di filo spinato, una camionetta/cellulare priva di insegne. Su una parete, campeggiano due murales: uno rappresenta una colomba bianca che esce da una finestra con le sbarre strappate; l’altro mostra la canna di un fucile che sfonda una parete, mandando in pezzi una stella di David.
la mia offerta
Attraverso infine il grande cortile, e torno in quello anteriore, dove mi trovo di fronte all’urna per le offerte: su un mucchio di banconote da 1000 e 5000 lire libanesi, ne campeggia una da 50000, equivalente a circa 35 Euro. Noto ora che non mi hanno chiesto niente, e che potrei andarmene senza lasciare niente. D’altra parte, non lascio volentieri dei soldi a chi ha come proprio simbolo una mitragliatrice, anche se credo che, prese una ad una, siano degne persone. Spero che i miei dieci dollari servano per la conservazione della memoria, e non per l’acquisto delle munizioni per la suddetta, fosse anche un solo colpo. Per vedere restaurato il campo di Fossoli, che ricordo, anni fa, in completo abbandono, ne darei volentieri molti di più.
All’uscita, presso la sbarra, ritrovo il giovanissimo di prima: “Hello, bye”, gli dico. “God bless you”, mi risponde: forse, è l’unica frase di inglese che conosce, o forse l’ha appena imparata apposta per me.
Poscritti
Mi sono reso conto solo molto tempo dopo dei rischi che ho corso scattando fotografie da Khiam verso il territorio israeliano. E’ accaduto quando mi hanno raccontato di un giornalista che dalla costa libanese fotografava imbarcazioni della Marina israeliana ed è stato ferito gravemente da un colpo sparato da quei mezzi.
La prigione di Khiam non esiste più: nella guerra del 2006 è stata bombardata e rasa al suolo. Lo scopo era di distruggere rampe di razzi lanciati da hezbollah verso Israele, ma forse giocava anche il desiderio di farne scomparire la memoria.
Ho rivisto il campo di Fossoli: ora è aperto alle visite, ma il restauro non è ancora terminato.
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