Un corsivo di Beppe Severgnini sulle vacanze a Riva degli Etruschi
In un breve articolo di qualche settimana fa il Beppe, che è di quattro anni più giovane di me, parla del cambiamento che visse nel 1969 passando dalle precedenti vacanze in Versilia a quelle a Riva degli Etruschi: un cambiamento forse dovuto più al passaggio dall’infanzia all’adolescenza, che al cambio di località. Il Beppe sostiene che nel suo recente ritorno a San Vincenzo con Agata, con funzioni e figura di nonno, ha trovato che il cambiamento di oggi rispetto a tanti anni fa è meno radicale di quel che si dice, perché “gli ombrelloni e i canotti, i gelati e i giocattoli, i pianti e le risate dei bambini, i nonni ansiosi e i genitori stremati sono gli stessi”, e conclude che è bene che quest’Italia resti.
Me le ricordo anch’io le vacanze a San Vincenzo, anche se poi ho trascorso altrove quelle dell’adolescenza. Ma il mio ricordo è diverso. Andavamo in treno, passavamo le mattine in spiaggia e i pomeriggi in pineta; ricordo al bagno Florida la presenza di buona parte della dirigenza del PCI di Empoli, compreso Mario Assirelli non ancora sindaco; c’era un’amica come Marta, anche se lei dice che non è vero; mio zio Umberto e i suoi amici facevano in spiaggia il gioco della scarpa e quello della bottiglia, ma zio si fermava solo pochi giorni e poi rientrava a casa, perché aveva finito i soldi; Elfrida, giovanissima e bellissima cugina di babbo, mi inseguiva e mi catturava se mi allontanavo all’ora di rientrare; Fulvio era ancora piccolo, quattro anni nel ’58. Poi, qualche anno più tardi, al bagno Lanterna, arrivarono il juke box, le prime fotografie scattate senza ricorrere al fotografo ambulante e i primi Campari soda con babbo: da un lato, piccole dosi di alcolici ai giovanissimi non facevano così paura come oggi, e dall’altro non erano ancora diventati una piaga per i più grandi.
Erano insomma vacanze molto più povere di quelle che ricorda Severgnini, perché la mia non era una famiglia agiata; ce le potevamo permettere, quelle vacanze, anche perché a San Vincenzo abitava lo zio di babbo, Emilio, padre di Elfrida, e questo facilitava alcune cose. A distanza di tanti anni, mamma ricordava ancora la cassetta di frutta che veniva consegnata puntualmente per noi a casa dei Bianchini, che si erano ritirati in garage per affittare ai villeggianti.
Tutta un’altra cosa, insomma, ma sono comunque contento per Agata e per Beppe, e auguro loro buone vacanze.
PS: Forse non era Bianchini, non ricordo bene.














