Un altro po’ di ricordi
Sembra che si dica Mohovze, ma tra gl’italiani c’era anche chi diceva Mocioce. Quella designata da tale nome è una centrale nucleare slovacca, posta vicino a Nitra, nel centro del Paese. Mi sono occupato del progetto in Slovacchia dal 2008 e fino al 2010. La mia messe fotografica è molto più modesta del solito, perché, trattandosi di un sito nocleare, non sempre si potevano scattare fotografie.
La Slovacchia
Questo Paese è un crocevia. Risente, ovviamente, della vicinanza della Repubblica Ceca, di cui ha condiviso la storia per molti decenni, ma le indicazioni stradali riportano anche i nomi ungheresi e nelle città sono sempre presenti le chiese ortodosse, quelle cattoliche e le sinagoghe. Nel periodo in cui l’ho frequentata, dava l’impressione di un Paese ordinato e tranquillo, con reminiscenze asburgiche, soprattutto nella capitale, ma anche sovietiche. Si vedeva la modernità soprattutto alla periferia di Bratislava, dove sono sorti i nuovi impianti industriali. Non posso dire di conoscerla: la mia presenza è stata solo di trasferte della durata massima di una settimana, e oltre al lavoro, non c’è stato altro che qualche serata al ristorante, qualche passeggiata al castello di Nitra e una serata a Brno, di là dal confine.
L’incarico meccanico
Questa volta mi sono occupato solo di macchinario meccanico, e per una volta che ne ho varcato i confini, sono stato subito bastonato. Eppure, ce n’era di lavoro da fare, e mi sono avvalso anche di pubblicazioni di Greenpeace, scoprendo la doppia anima di quella associazione: da un lato le manifestazioni plateali ben note, come quella sulla caccia alle balene; dall’altro, l’esame critico attento dei progetti, con indicazioni sagge e precise che meritano di essere conosciute e apprezzate. Tra gli eventi temuti per Mochovce, ricordo in particolare la possibilità, più evidenziata che adombrata, di intasamento degli scarichi dell’isola nucleare da parte di materiale coibente non adeguatamente contenuto.
Il mio campo d’azione comprendeva diversi aspetti meccanici, ma quelli più importanti, e anche interessanti, erano le pompe alimento del circuito secondario e le pompe booster del condensato. Tutte macchine ceche.
Il progetto
La centrale di Mochovce era nata per avere quattro unità nucleari da 440 MW ciascuna, con reattori VVER di filiera sovietica: reattori a uranio arricchito moderati ad acqua pressurizzata, simili, come principio, ai PWR della Westinghouse, ma con vessel più stretti e bombardamento neutronico del materiale più intenso. La costruzione incominciò negli anni ’80, ma si arrestò nel 1991 per riprendere solo per due unità, che furono avviate nel 1998. Delle altre due unità erano state completate le opere civili e il montaggio degli elementi principali, ma mancavano molte opere di completamento, che furono intraprese dal 2008. Lo scopo del nostro progetto era quello di portare a termine la costruzione e avviare le unità 3 e 4. Fu subito chiaro che non sarebbe stata una passeggiata, principalmente perché non c’era stata attività di conservazione e molti manufatti apparivano deteriorati. Non voglio qui parlare di cose che non conosco adeguatamente, ma ricordo quel che disse il nostro specialista della garanzia della qualità: “Questo progetto è un delirio”.
Le macchine ceche
Venendo alle macchine di cui dovevo occuparmi, erano costruite dalla Sigma di Lutin, nei pressi di Olomouc, nella Repubblica Ceca. Feci così conoscenza con due facce importanti di quella regione: la città di Olomouc e lo stabilimento Sigma. La città è molto bella, e chi ci abita dice che per bellezza è la seconda città della Repubblica Ceca. Dopo Praga, naturalmente. La colonna della Trinità è monumento che l’UNESCO ha dichiarato Patrimonio dell’Umanità. Non sono in grado di dire molto di quello stato e delle vita dei suoi cittadini, per gli stessi motivi di cui sopra, per la Slovacchia: troppo brevi le trasferte che vi facevo. Lo stabilimento Sigma non mi fece una buona impressione: gli spazi erano esigui; i carri ponte spostavano grandi carichi passando sopra macchine in funzione, e ciò in contrasto con l’ambiente esterno alle officine, che era piacevole. Ma vediamo le macchine: per le pompe booster condensato, l’appalto per la revisione era della Sigma, e non c’era molto da fare; erano in buone condizioni e la proposta di montare tenute meccaniche fu cancellata subito, non appena chiarito che si sarebbero dovuti spostare i motori. Per le pompe alimento, invece, l’appalto era della Flowserve, e le condizioni di corrosione erano marcate. Visto che l’appaltatore non era il fornitore originale, per cui non sarebbe stato possibile usare ricambi originali, e che le pompe versavano in cattive condizioni, non rimase che analizzare la possibilità di usare le pompe così come erano. Per questo, fu deciso di effettuare dei collaudi a campione, scegliendo due pompe su dieci.
I collaudi delle pompe alimento
Già, perché c’erano cinque pompe per ciascuna unità nucleare. Il numero così elevato era per salvaguardare il reattore dagli stress: più la portata d’acqua alimento è suddivisa tra più pompe, minore è lo stress nel caso che una pompa debba fermarsi; è una preoccupazione propria del nucleare, che non esiste per gli impianti convenzionali. Quindi, il progetto prevedeva quattro pompe costantemente in servizio e una di riserva. Allora, guardai i collaudi originali fatti a Lutin, nella sala prove dello stabilimento Sigma, e scelsi di fare un nuovo collaudo su quelle che avevano dato i risultati peggiori: probabilmente fu un errore. Fatto il nuovo collaudo, con risultati deludenti, si ritenne opportuno dotare le pompe di una nuova idraulica di derivazione Ingersoll Rand, fornita da Flowserve. Ma a quel punto, io non c’ero più. Cosa era successo?
La conclusione
Un venerdì mattina, uscendo dall’hotel con tutto pronto per andare prima a Mochovce e poi a casa, mi ero incamminato per andare a prendere la macchina quando sentii il cuore che faceva i capricci, e rallentai il passo, come avevo già fatto tante volte. Ma quella volta non bastò. Come in un sogno, mi vidi a casa, con le persone di casa, sereno e felice. Ma poi pensai: come ci sono arrivato? Quando ho viaggiato? Non mi sono accorto di nulla. La fibrillazione si era evoluta in una sincope, e quando aprii gli occhi, vidi quello che mi aspettavo di vedere: la torre del ripetitore sulla montagna di Zobor, di fronte a Nitra. L’ambulanza che qualcuno aveva chiamato fece presto ad arrivare e mi portarono al pronto soccorso dell’ospedale di Nitra, dove mi fecero il prelievo del sangue, l’ecg e la TAC dell’encefalo. La sera del sabato arrivai a casa davvero, e finì così la mia avventura slovacca. Questa volta mi dispiacque.
P.S. A quanto ne so, a oggi, 2026, l’unità 3 di Mochovce è in servizio, mentre la 4 è ancora in costruzione.








