Dal Libano con amore

Ricordi da non disperdere

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Agli indirizzi su menzionati si trovano i principali ricordi che ho del Libano e delle persone che là ho conosciuto, ma ci sono molte altre immagini che non vorrei che andassero disperse. Ne faccio di seguito un elenco e provo anche a sviluppare e arricchire ciascun capitolo.

La guerra incivile

Quando sono arrivato in Libano, in Ottobre del 2001, la guerra civile era finita da quasi dieci anni, ma i suoi strascichi non erano sopiti. Inoltre, l’occupazione israeliana del sud era terminata da poco più di un anno, e alcune parti del territorio libanese erano lontane dall’essere bonificate. Si temeva che la guerra in Afghanistan, appena cominciata a seguito degli attacchi terroristici di New York, coinvolgesse anche il Libano, cosa che non accadde fino al 2006; si sentiva un clima di provvisorietà. La città di Beirut presentava ancora le sue ferite, specialmente lungo quella che avevano chiamato la linea verde: molti edifici mancavano ancora dei restauri necessari, e apparivano abbandonati. Nel sud la situazione era ancora peggiore; raccontava Yussef di aver fatto una gita al castello di Beaufort, e che sua figlia Fatima di due anni si era fermata a far pipì in un punto in cui era stata poi scoperta una mina rimasta dall’occupazione.

Le donne in Libano e in Arabia

Nel mio periodo libanese, la situazione della condizione femminile era molto varia. Quello che colpiva subito era l’abbigliamento: si vedevano donne vestite di nero, che in Europa avresti detto religiose, con una frotta di bambini intorno, e per noi era una curiosità. Si vedevano anche gruppi di ragazze in cui si sfoggiavano sia gli abiti tradizionali, sia i jeans e le minigonne, con la più ampia tolleranza, e vedevi donne mature che, sotto gli abiti tradizionali, indossavano pantaloni leopardati. Da noi, nella centrale di Zahrani, in piena zona islamica, con soli due cristiani in uno staff di circa settanta persone, con pochi sunniti e una grande maggioranza di sciiti, c’erano quattro donne: Nissrin, la segretaria, bella e, pur giovane, già al terzo matrimonio; Manal, impiegata, neo sposa e madre; Adra, in portineria, sola, velata e molto repressa, forse per motivi legati alla sua famiglia; e Fatma, che faceva le pulizie, velata e silenziosa. Volevamo bene a tutte. Ce n’era anche un’altra di cui non ricordo né il nome, né la mansione, ma non ci fidavamo di lei. Di quel che si vedeva a Beirut, ho due ricordi particolari a riguardo delle turiste che venivano da paesi arabi più tradizionalisti, col velo sulla testa e sul volto: le signore in gelateria si portavano il cucchiaino alla bocca sollevando per un attimo, furtivamente, il velo che copriva il viso; la saletta privata del ristorante Mondo, dove le signore si toglievano il velo e talvolta si coglieva per un attimo la bellezza dei loro capelli.

Era completamente diversa la situazione che ho visto in Arabia Saudita, nei pochi giorni che ci ho trascorso. Già in aereo, vedevi i cambi d’abito: signore che avevi visto vestite all’occidentale, all’approssimarsi dell’atterraggio sparivano nella toilette e ne riemergevano velate e vestite nella maniera tradizionale araba. Il contrario accadeva al decollo: fin lì apparivano del tutto tradizionali; salite in aereo, spariva il velo e si mettevano in jeans. D’altra parte, a Gedda, grande città, l’abbigliamento tradizionale non significava vestire perennemente a lutto, e i colori non erano tutti scuri. A Yambu, invece, dove c’era la centrale che faceva anche dissalazione, percorrendo le strade del paese, vedevi solo donne velate e vestite di nero, ma evidentemente accadeva così solo all’aperto: la volta che mi trovai a fare l’analisi del gruppo sanguigno, vidi le signore che lavoravano nell’ambulatorio vestite all’occidentale e con delicati colori pastello. Nell’albergo, le poche ospiti europee avevano la possibilità, pur vestite di nero, di non portate il velo, ma chissà se potevano farlo anche fuori.

Le bellezze naturali e monumentali del Libano

Le Pigeon rocks sono due faraglioni prospicienti la parte alta della Corniche di Beirut. Sono uno dei luoghi più fotografati del Libano, certamente il più fotografato di Beirut. Ho messo la foto come immagine in evidenza nella home page.

I cedri: ne son rimasti pochi; non sono stato nella valle dei cedri, dove era andato de Lamartine nel 1836; io li ho visti nel Chouf, nelle montagne sopra Beiteddine, a 2000 mslmm, dove vivono i Drusi del Libano. Vicino a questi alberi maestosi che danno l’impressione dell’eternità, erano stati piantati alberi più giovani, che all’apparenza non somigliavano a quelli più vecchi. Forse la differenza era dovuta all’età, ma c’era anche chi diceva che non erano affatto Cedrus Libani, ma ibridi.

Il Gran Serraglio è la sede del potere dello stato libanese, ammesso che lo stato, in Libano, sia il vero potere. Risale al tempo della dominazione ottomana e si trova nella parte alta di Beirut; più volte è stato modificato e ampliato.

Anjar, fondata da immigrati armeni, divenne città palazzo del califfo omayyade, fortificata con mura e torri, con una mappa simile a quella delle colonie romane, ma abbandonata poco tempo dopo. Quel che ne resta sono rovine che tradiscono una struttura del palazzo aerea e raffinata: sembra che tutto debba dissolversi al primo spirar di un vento qualsiasi, e invece tutto è lì da oltre mille anni.

Baalbek è la città che i Romani chiamavano Eliopolis. E’ situata nel nord della valle della Beqa’, in una ricca area agricola, ma è famosa per la sua area archeologica e monumentale. I suoi templi ricordano quelli di Paestum, e le colonne dello scomparso tempio di Giove sono tra i manufatti più grandi mai realizzati. Nel basamento del tempio c’è un monolite da 800 t, e poco lontano ne giace abbandonato uno da 1000 t. Il sito archeologico è ampio quasi come l’intera Pompei, e i suoi colori testimoniano di una origine variegata dei materiali lapidei impiegati.

Tiro, ora Sūr, era già importante in epoca fenicia, ed è tuttora una città interessante sotto molti punti di vista. Il suo sito archeologico testimonia della sua grandezza in epoca romana, e si fa notare soprattutto il circo, che è quello dove, con strutture provvisorie fatte come quelle storiche di cui esistono i resti, fu impiegato per la corsa delle bighe nel film Ben-Hur del 1960. E’ bella anche la parte viva della città, e bello il suo mare.

Sidone, ora Saydā, è più grande di Tiro: tra il centro della città, la sua periferia e il campo profughi di ‘Ayn al-Hilwe supera i 150.000 abitanti. E’ un’oasi sunnita in un’area sciita, e sembra che sia più arretrata, almeno dal punto di vista di un Europeo. Il castello crociato di Sidone è ridotto a un mucchio di sassi e le vestigia più antiche sono ben lungi dall’essere valorizzate: dicono che non più del 10% di quel che di la città possiede di epoca fenicia sia riemerso; tutto il resto giace in attesa di chi potrà portarlo alla luce.

Byblos, odierna Jbeil, è la più antica città del Libano. Il suo nome storico è testimone di frequentazioni non solo fenice, ma anche greche, e tra i reperti emersi, vi è un tempio che risale a 8000 anni fa, e ci sono tracce di un’origine ancora più antica. Ora ci si va per vedere il castello crociato, ma sono belle anche le testimonianze più antiche e anche quelle più recenti.

La musica libanese e araba

Parlo naturalmente di esecutori, perché non so quasi niente degli autori, salvo conoscere il nome dei fratelli Rahbani, autori delle canzoni di Fairuz, e di Ahmad Rami, autore di molte canzoni di Umm Kulthum. Quello che segue è un elenco di cantanti, e sono solo quelli che ricordo: un musicologo più competente potrebbe citarne cento volte tanti.

– Umm Kulthum, egiziana, regina della canzone araba, era ed è una diva dalla fama immensa: dicono che nel 1975, al suo funerale, nel suo Egitto, ci sia stata una partecipazione popolare più grande di quella che ebbe il funerale di Nasser, cinque anni prima. E dicono che abbia contribuito molto alla ripresa dell’Egitto dalle sconfitte nelle guerre del 1967 e del 1973. Le sue canzoni sono in genere molto complesse ed estese, con durate di diverse decine di minuti e, nei concerti, come nelle registrazioni dal vivo, ulteriormente prolungate da ripetuti bis delle parti significative (quasi tutte). Sono canzoni d’amore che parlano sia di amori felici, come anche di quelli tragici. La vendita dei suoi dischi non ha mai avuto flessioni.

– Fairuz è la più famosa cantante libanese, ora ritirata (ha compiuto 90 anni). Voce delicata e dedita per molto tempo a musiche simili per certi versi alle nostre operette, con la maturità è passata a un repertorio più raffinato, che ne ha fatto una diva non solo in Libano.

– Farid al-Atrash, siriano naturalizzato egiziano, è conosciuto soprattutto come attore, pur vantando un repertorio musicale molto ampio e di livello elevato. Non ha figurato tra i miei preferiti, ma, pur a 50 anni dalla morte, è ancora presente in radio e televisione.

– Abd el-Halim Hafez, egiziano, cantante, attore e direttore d’orchestra, anche se affetto fin dall’infanzia da una malattia parassitaria, lavorò essenzialmente come cantante dal vivo, mentre fu sempre riluttante nei confronti della registrazione in studio. Nonostante ciò, raggiunse una grande popolarità, e la sua Sawah (vagabondo) risuona tuttora nel suo Paese e fuori.

– Warda Al-Jazairia, era una cantante algerina nata in Francia dalla voce forte e chiara, che a noi ricorda quella di Milva. Molto bella, dotata di grande presenza scenica, ha avuto anche una buona carriera come attrice, e ha interpretato un repertorio musicale non vasto, ma affascinante e significativo.

– George Wassouf, cantante siriano nato nel 1961, personaggio controverso, canta con voce rauca e vibrata, che pare potersi rompere in ogni momento. Anche lui dirige l’orchestra che lo accompagna, e non voleva fare clip musicali, ma ci si è dovuto rassegnare.

– Dalida, nata in Egitto da genitori siciliani, naturalizzata francese, famosa in Europa come nel Medio Oriente, gode tuttora di grande popolarità, e i suoi dischi si vendono ancora, e non solo in Egitto e in Francia. Con la sua voce versatile, ha affrontato generi musicali tra loro distanti, ma le sue interpretazioni in lingua araba hanno un fascino speciale.

– Mika, libanese, è stato adottato dal suo Paese d’origine dopo esser diventato famoso fuori dal Libano. Non so se la sua musica sia rimasta in auge nel Paese dei cedri al di là dei successi iniziali, culminati con la famosa Grace Kelly, in cui criticava quelli che vanno alla ricerca di una facile popolarità.

I mercati (suk)

Ho visto quelli di Tiro e di Tripoli (Tarabulus): più grande quello del nord, più interessante quello del sud, entrambi con prodotti molto vari e, a volte, di grande valore. Non solo, però, oro e argento, ma anche quel che non ti aspetteresti proprio: ve lo immaginate un grande vaso di vetro pieno di pistilli di zafferano? Accanto a queste raffinatezze, c’erano altre cose più normali, nei campi dell’abbigliamento, soprattutto femminile, e dell’alimentazione, come frutta fresca e secca. Oltre a quei mercati tradizionali, faceva mostra di sé Hamra, il centro commerciale di Beirut, dove predominano le gioiellerie e i negozi d’abbigliamento, con punti di ristoro di ogni livello e botteghe di artigiani.

La vegetazione e la frutta

La vegetazione in Libano, i cedri in particolare, è stata falcidiata nei secoli da predazioni condotte in primis dai Fenici, e molti secoli dopo dai Veneziani. Il colpo finale è stato dato dall’occupazione israeliana del sud, dove i boschi sono stati bruciati per eliminare eventuali nascondigli di Hezbollah. Ora, la vegetazione spontanea è ridotta a poca cosa, pini sulle montagne, cipressi nel sud, mentre nelle zone collinari sono coltivati estesi uliveti, mandorli e altri alberi da frutta. Poi, nella Beqa’, accanto alla coltivazione delle patate, ci sono le vigne, da cui si ricavano vini corposi di alta gradazione alcolica, ovviamente rifiutati da sciiti e sunniti. Sulla costa, accanto ad altri vigneti, si trovano le palme da datteri e bananeti che producono frutti simili ai platanos delle Canarie. I datteri freschi sono frutti sorprendenti: quando sono acerbi hanno un sapore simile a quello delle castagne crude, poi, ad un tratto, li vedi cambiare aspetto, da chiari diventano scuri, e dici “Sono da buttare”; e invece è proprio allora che raggiungono la loro maturazione e la loro dolcezza.

La cucina libanese

Diceva Yussef che il cibo libanese non ha calorie: ne dubito. Un pranzo libanese comprende solitamente ancuni antipasti, un piatto di carne o di pesce e un dolce. Vediamone alcuni.

– Gli antipasti più apprezzati oltre al famoso hummus (crema di ceci e sesamo con olio d’oliva) sono il baba gannouge (crema di melanzane e sesamo con olio d’oliva), i falafel (crocchette di legumi fritte in olio di girasole) e il fattouche (insalata mista con crostini di pane). Contengono solo grassi vegetali e sono piatti vegani al 100%.

– Le carni utilizzate nella cucina libanese sono quelle di pollo e agnello, con qualche eccezione di origine bovina. Il piatto di carne più importante è il kibbé, in cui la carne di agnello viene macinata e pestata per farne un composto da utilizzare in vario modo, cotto (generalmente fritto) o crudo. E’ una sorta di piatto nazionale per le feste.

– I pesci più apprezzati sono la cernia e l’orata. Quelli più grandi vengono cotti sulla brace o in forno, mentre quelli più piccoli vengono fritti a lungo, più di quanto si fa da noi. Ne vengono fuori delle pietanze croccanti molto appetitose.

– I dolci libanesi sono una goduria: mummoora e b’learwa sono i più adatti al nostro gusto, ma non ci si ferma qui. Burro, semolino e frutta secca sono gli ingredienti fondamentali, e non è facile descrivere questi dolci senza approfondire le ricette. E’ invece impressionante vedere le vetrine delle pasticcerie, dove piramidi di questi dolcetti, più piccoli di un comune beignét, fanno mostra di sé attirando gli sguardi dei golosi e anche di chi goloso non è.

Post scriptum

Ya Habybi, dicevo a Piera quando telefonavo dal Libano: amore mio. Qualche volta glielo dico ancora: chissà se si ricorda cosa vuol dire.

 

Nella galleria ho messo un piccolo estratto di immagini, ma avrei potuto metterne molte altre, di Anjar, Byblos, Beirut, Tiro, Baalbek, Beiteddine, Jezzine e altro ancora: la prossima volta.

  1. Linea Verde
  2. Quattro eroine: Manal, Nissrin, Fatma, Adra
  3. Cedri del Chouf
  4. Templi a Baalbek
  5. Suk a Tiro

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