Le città ci stanno uccidendo

Una conferenza del prof. Stefano Mancuso

Stefano Mancuso, neuroscienziato e saggista, insegna etologia vegetale all’Università di Firenze. I suoi studi l’hanno avvicinato a delle idee e scelte che confliggono con gran parte della società attuale, e le sue proposte assumono aspetti che, partendo da presupposti rigorosamente scientifici, arrivano a impostazioni non solo ambientaliste, ma anche filosofiche. Me lo ha fatto conoscere Marta Paganelli, e le son grato per questo, oltre che per tante altre cose.

La conferenza

In questa conferenza, registrata in aprile 2025 a Capriolo (BS) e che si può trovare in https://www.arcoiris.tv/scheda/it/94311/, lo studioso parte dai dati di inurbamento dell’umanità e dai dati sul mutamento climatico per arrivare alla sua ricetta di città del futuro. Utilizza a tale scopo il concetto di ambiente urbano e quello di specie specialista e rivendica il primato della scienza. Occorrono alcune parole:

  • ambiente urbano è il modo in cui si vive all’interno delle città, sotto il dominio dell’automobile, che è presenza invadente e condizionante sia quando si muove, sia quando rimane ferma in un parcheggio; “La macchina che ha cambiato il mondo”, si intitolava un libro di molti anni fa, nato da una ricerca del MIT sull’industria automobilistica mondiale;
  • una specie specialistica è quella che sopravvive solo nel suo precipuo ambiente, come il koala, che vive nelle foreste di eucalipto, e come stiamo diventando noi: anche quando ci allontaniamo dalla nostra sede abituale, cerchiamo sempre di riprodurre quel che c’è ogni giorno intorno a noi; una specie specialistica, in caso di mutamento irreversibile del suo ambiente, è destinata all’estinzione;
  • il primato della scienza, basata su verità dimostrabili e fenomeni ripetibili, si contrappone al primato dell’opinione, che dilaga nei mezzi di comunicazione e soprattutto quelli più recenti, dove qualsiasi ignorante può vestire i panni di comunicatore, spacciando la sua droga perniciosa.

L’inurbamento

Osserva Mancuso che in poche decine di anni siamo passati da vivere soprattutto in campagna a vivere soprattutto in città, perché è la città che possiede servizi ritenuti essenziali, a ragione o a torto. I dati di questo fenomeno denunciano il passaggio da un 30/70 del 1960 (30% dell’umanità a vivere in città e 70% a vivere altrove) a un odierno 70/30. L’urbanesimo non è fenomeno nuovo, e l’inizio rilevante, nell’epoca moderna, può datarsi a quando la macchina a vapore sostituì la ruota ad acqua nel generare energia e permise lo spostamento delle industrie tessili dalla campagna alla città, per avvalersi non più di costosi operai da strappare al lavoro dei campi a suon di denaro, ma uomini, donne e bambini del neonato proletariato urbano da pagare molto meno. La misura in cui l’inurbamento è avvenuto negli anni più recenti si presenta con caratteristiche diverse, riguardando non più soltanto i disperati della terra, ma anche categorie che non hanno problemi di sopravvivenza; ne è testimone la spaventosa tendenza alla crescita dei costi abitativi.

Il mutamento climatico

Osserva ancora Mancuso che gli ultimi 14 mesi in Italia antecedenti alla sua conferenza di Capriolo, sono stati tutti mesi record per le temperature medie registrate, cioè ogni mese (ogni Gennaio, ogni Febbraio ecc.) è stato storicamente il più caldo mai registrato da quando queste registrazioni esistono. Anche se è già passato più di un anno dalla sua conferenza, non ci sono dubbi: i mesi ulteriormente trascorsi hanno sicuramente contribuito a spostare ancora più in alto la lancetta del termometro. Inoltre, il bacino del Mediterraneo si pone oggi come l’area che si sta scaldando più velocemente di ogni altra, unitamente ai Poli; le città, poi, si stanno scaldando di più rispetto alle aree non urbanizzate. Questa combinazione ha dato luogo a un numero annuo di decessi provocati dal caldo che si rivela superiore a quello dell’epidemia del coronavirus. Lo studioso arriva a dire che oggi, per le persone fragili, il condizionatore dovrebbe essere considerato un salvavita.

La ricetta

La conclusione di Mancuso non è quella di abbandonare le città, ma quella di modificarle in maniera da togliere importanza alle automobili e di ridarne alle persone, ai loro rapporti e ai servizi alla persona e in maniera da ridurne la temperatura in modo significativo. Detto a parolacce, dice che occorre eliminare il 30% delle strade e piantare alberi dove prima si transitava con le auto. Detto meglio, ci sono diversi provvedimenti da mettere in atto:

  • trasformare molte vie da carrozzabili in pedonali: cita l’esempio di Barcellona, dove l’amministrazione locale lo ha fatto con risultati che i cittadini hanno prima accettato di buon grado e poi apprezzato;
  • piantare alberi ovunque si possa farlo, in primo luogo i nuovi viali pedonali: ancora Barcellona è sugli scudi, e all’opposto ci sono le città che hanno abbattuto gli alberi per allargare le strade carrozzabili, cosa peraltro avvenuta anche fuori dalle città;
  • migliorare l’accessibilità dei servizi essenziali: gli uffici pubblici, le strutture sanitarie, le scuole, i luoghi di culto e quelli di svago;
  • migliorare i servizi di trasporto pubblico nelle città mediante la mobilità elettrica di superficie e, dove necessario, con la ferrovia metropolitana, in funzione dei servizi suddetti e delle altre esigenze della collettività.

Non è facile dire se Mancuso sia ottimista o pessimista; sicuramente non si nasconde le difficoltà insite nella sua ricetta, e dice che, quando espose questo programma ai rappresentanti della politica, la possibilità di una sua candidatura a sindaco di Firenze ebbe un tracollo dal quale non si è più rialzata. Però, afferma anche che l’importante è scavallare i primi sei mesi, e che dopo da un lato si impara a trovare le alternative, e dall’altro si incominciano a vedere i lati positivi.

Cosa posso aggiungere? Dubbi e postille

Quali città

Prima di tutto, si dovrebbe dire di quali città parliamo: i problemi sono diversi per le città piccole e medie, per le metropoli e per le megalopoli e diverse possono e devono essere le soluzioni. Anche quel 30/70 anzidetto dipende in gran misura da cosa si intende per città: a quale quota poniamo il limite oltre il quale si parla di città? 1.000 abitanti? 10.000? 100.000? 1.000.000? Spostando il limite, le cose cambiano, e allora sarebbe bene cambiare linguaggio e usarne uno che non abbia ambiguità e che permetta di individuare di volta in volta i più idonei servizi di trasporto pubblico e di accessibilità dei servizi. Sembra facile, ma non lo è.

Le nostre città

Non si può scordare la personalità delle città italiane. Certamente è possibile modificarle, come è stato fatto in passato anche in modo massiccio (basta pensare all’abbattimento delle mura di Parigi e di Firenze), ma ci sono cose che non è lecito toccare. Mi viene da pensare a Siena, città sicuramente calda, nella quale si possono piantare alberi intorno, ma non in centro, e la stessa cosa vale per Perugia, per Lecce e altre ancora, le cui piazze vanno considerate patrimonio intangibile. Ci sono anche casi particolari, in Italia: Lucca, per esempio, è circondata dal verde, ma anche da un traffico intenso, e Mantova, circondata dall’acqua del Mincio. Varrebbe sicuramente la pena di analizzarne il clima.

La politica locale

E però, ogni volta che si partecipa a qualche riunione locale, non manca mai la proposta di fare nuovi parcheggi, perché quelli esistenti non soddisfano le esigenze dei cittadini. Allora, l’ostacolo principale è quello di convincere le persone, le quali, se osi parlare di sperimentazione, insorgono subito: Not In My Back Yard. L’importante è scavallare i primi sei mesi, dice Mancuso, ma averla vinta con certe teste dure non è mai facile. Mi ricordo invece che in Svizzera c’era una norma in base alla quale chi voleva comprare un’auto doveva dimostrare di avere un luogo in cui ricoverarla. Non so se quella norma sia ancora in vigore, ma una bella rinfrescatina non farebbe male.

Alternative

Un altro dubbio è quello sulla ricerca di alternative: se non posso più passare da qui, vado a passare da lì. Purtroppo, qui a Sesto di Moriano stiamo vivendo questa situazione. Con la chiusura del ponte di S. Ansano, per andare da casa mia alla piazza di Ponte a Moriano, dove ci sono la banca, l’ufficio postale, l’edicola e molti altri servizi ed esercizi, devo fare quasi dieci chilometri invece di farne due tra andata e ritorno: cinque volte tanto. L’esempio è limite, perché l’alternativa a un ponte richiede un altro ponte; però, non facciamoci troppe illusioni: se le alternative dovessero funzionare così, il fallimento sarebbe quasi certo.

Controproposta

Forse, alla fine, potrebbe essere più semplice agire in modo più pragmatico, politico persino, e provare a lanciare qualche proposta magari non nuova, ma comunque degna di essere valutata con rinnovata attenzione (riprendo da https://www.logos52.it/emeros52/un-programma-o-un-piano/):

Sull’ambiente

  • Indirizzare la produzione di energia verso le fonti che non generano gas serra
  • Eliminare le emissioni di gas serra diversi dalla CO2
  • Indirizzare la gestione dei rifiuti verso il riutilizzo
  • Proteggere i mari, le acque interne, le aree verdi e la vita animale
  • Rimboschire i terreni inutilizzati

Sul Territorio

  • Ridurre il consumo di territorio
  • Fare manutenzione del territorio
  • Fare prevenzione contro le calamità naturali
  • Strutturare i servizi di soccorso per le calamità naturali

Vorrei evidenziare un punto apparentemente banale, ma semplice da realizzare, quello che parla di rimboschimento dei terreni inutilizzati. L’idea mi è venuta percorrendo in auto i “riccioli” dei caselli autostradali, che hanno al centro degli ampi spazi vuoti: perché non cominciare da lì un intervento di rimboschimento che si estenda poi a tante altre aree pubbliche e private? Non sarebbe soltanto un’operazione ecologica, sarebbe anche un investimento. Basta pensare a quelli che, avendo molto terreno agricolo e poca voglia di lavorarlo, lo piantumano a noci, e non per i pur gustosi frutti, ma per avere, tra qualche decina di anni, un bel patrimonio in legname pregiato. Forse, non sarebbe il caso di piantare noci nei caselli dell’autostrada, ma un po’ di lecci non ci starebbero male. Sempre in riferimento alle autostrade, percorrendo alcune di quelle tedesche, sembra di essere in mezzo ai boschi, ma non è così: se guardi le mappe, scopri che quelle autostrade sono contornate da fasce boscate che danno quell’impressione. Uno dice: ma così si sottrae terreno all’agricoltura! E’ facile ribattere che quel terreno così vicino alle autostrade forse è meglio non coltivarlo con piante destinate all’alimentazione e riservarlo alle essenze arboree.

Il progetto pilota per la montagna

Due parole sul progetto pilota di Giovanni Gemignani, biologo di professione e politico per vocazione, scomparso nel Marzo scorso (vedi https://www.logos52.it/emeros52/un-altro-gemignani-se-ne-va/). Il suo progetto si proponeva di combattere il dissesto idrogeologico della montagna mediante l’impianto di essenze specifiche (ma io non so quali) disposte secondo geometrie non casuali (che io ignoro, anche se immagino che siano a quinconce). Il progetto pilota prevedeva di fare questa sperimentazione in un’area delle colline intorno a Lucca fino a una quota di circa 1.000 metri, per poi estendere il metodo ad altre aree una volta che fossero noti i primi risultati della prova.

Giovanni ha continuato a lavorarci fino alla fine, anche quando, colpito da un ictus, non era più in grado di uscire di casa. Non so a chi abbia consegnato il testimone, ma io contribuirei volentieri.

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