Grazie, professoressa

Dal retributivo al contributivo

Il passaggio dal sistema pensionistico retributivo a quello contributivo ha in Italia una lunga storia di leggi e leggine fatte per evitare abusi e malcostume. L’atto finale fu la legge 8 agosto 1995, n. 335, la riforma Dini: in quella occasione fu stabilito che quanti avevano meno di 18 anni di contribuzione pensionistica sarebbero passati immediatamente al sistema contributivo, mentre coloro che avevavo superato tale soglia sarebbero rimasti al sistema retributivo. Io avevo superato quella soglia, rimasi nel sistema retributivo e ne fui contento.

Le riforme successive

Molti anni dopo, le condizioni delle finanze dello stato e dell’INPS, dopo la grande recessione seguita alla crisi dei subprime (autunno 2008) e la crisi del debito greco (autunno 2009), suggerirono di riformare ancora la materia. Seguirono la riforma Sacconi 2010, Legge 30 luglio 2010, n. 122, e la riforma Sacconi 2011, Legge 15 luglio 2011, n. 111, per approdare infine alla riforma Fornero, Legge 22 dicembre 2011, n. 214. Dopo tali modifiche, l’età pensionabile standard arrivava a 67 anni, con eventuale aumento in base all’aspettativa di vita, e tutti, senza eccezione, passavano al sistema contributivo.

Alcuni dettagli della riforma Fornero

C’erano alcune particolarità che meritano di essere evidenziate:

  • La situazione degli esodati, allontanati dal lavoro in attesa di pensione, veniva sanata a carico delle aziende, chiamate a versare stipendio e contributi;
  • I nati del 1952, che avrebbero visto allontanarsi di alcuni anni una pensione che era dietro l’angolo, sarebbero andati in pensione a 64 anni;
  • Quanti erano ancora nel sistema retributivo vedevano congelato ciò che fin lì era maturato e avrebbero goduto del sistema contributivo per i contributi versati in seguito.
Reazioni alla riforma Fornero

La riforma fece arrabbiare molti, e negli anni successivi i populisti di ogni formazione hanno promesso a più riprese di abolire la riforma Fornero, che invece sta ancora lì, perchè, per la sua abolizione, non si sono mai trovate le coperture. Oltretutto, si rimprovera alla sola riforma Fornero (governo Monti) l’elevazione dell’età pensionabile, che invece era già arrivata a 65 anni con le riforme Sacconi (quarto governo Berlusconi).

Un caso specifico

Veniamo a me: passato lo scoglio della riforma Dini, non mi preoccupai molto delle riforme Sacconi, perché non avevo alcuna fretta di andare in pensione, e respingevo al mittente le offerte del datore di lavoro per farmi da parte. Sopraggiunta la riforma Fornero, viste le garanzie che dava agli esodati e della prospettiva cronologica che offriva, la successiva offerta mi trovò più sensibile, e accettai l’esodo. Pertanto, le cose andarono così:

  • 22 dicembre 2011: entra in vigore la riforma Fornero con le caratteristiche su menzionate; si congela la mia quota di retributivo e passo al sistema contributivo;
  • 30 settembre 2013: mi ritiro dal lavoro; da questo momento, e fino all’effettivo pensionamento, il datore di lavoro mi paga lo stipendio attraverso l’INPS e paga i contributi pensionistici;
  • 30 settembre 2016: scocca il mio pensionamento de iure; non ho più alcun rapporto con il datore di lavoro e vedo soltanto l’INPS.
Facciamo i conti

Con il 22 dicembre 2011 sono passato al sistema contributivo; la quota maturata con il retributivo resta congelata. Dato che i contributi pensionistici vengono poi pagati fino al 30 settembre 2016, per 57 mesi circa questi si sono accumulati per dar luogo alla mia quota di contributivo. Se avessi continuato con il sistema retributivo, il mio trattamento pensionistico sarebbe migliorato solo se in quei mesi ci fosse stato un miglioramento retributivo importante, che è una ipotesi assai poco realistica. Con il passaggio al sistema contributivo è maturata una quota che si è aggiunta a quella retributiva congelata al 22/12/11. Risultato: oggi ho un trattamento pensionistico migliore di quello che avrei avuto senza la riforma Fornero.

Conclusione

Grazie, professoressa.

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